domenica 16 luglio 2017

La democrazia al tempo dei nuovi oligarchi.

I potenti mettono in mostra la propria idea di democrazia.
Sulla democrazia, la piccola borghesia italiana nel cui cuore sono solo bruchi e fascismo, la tecnocrazia e tutti quelli che rimpiangono un duce che pensi al posto loro - che, si badi bene, sono categoria molto più ampia e trasversale dei nostalgici del ventennio - e infine sul decreto Lorenzin e il progetto di legge Fiano.

Negli ultimi anni il filologo e storico Luciano Canfora ha scritto numerosi libri riflettendo sul rapporto tra democrazia e oligarchia, analizzando la questione alle origini della storia della democrazia stessa, evidenziando implicitamente come i problemi della democrazia siano sempre rimasti i medesimi e suggerendo anche che la riflessione sull'antica democrazia ateniese ci potrebbe aiutare a capire meglio vari problemi odierni perché il dibattito non era avvelenato da tutte le incrostazioni ideologiche successive con le quali ci misuriamo oggi ma andava direttamente al cuore del problema.
Uno dei falsi miti che Canfora ha smontato è quello del Socrate buono, martire del libero pensiero, ucciso dai bigotti e dai conformisti che non accettavano il pensiero critico.
Socrate venne condannato a bere la cicuta in un processo ipocrita, perché non si volle formulare troppo apertamente l'accusa che era di natura politica ma niente affatto infondata ricorrendo invece a prestesti.
Socrate era infatti stato la levatrice ideologica del traditore della democrazia ateniese Alcibiade, era stato il maestro e l'ideologo dietro Crizia, capo degli oligarchi e dei trenta tiranni e del di lui nipote Platone, il quale sistematizzò l'idea che nasceva con Socrate per cui il governo non dovesse essere del popolo e le regole non si dovessero basare su un processo decisionale ampio e fondato sul consenso, bensì ristretto e costruito sulla saggezza di chi sa, come corpo isolato ed elevato rispetto al popolo.
Il governo dei saggi, che in ragione della propria autoproclamata saggezza - elitaria per definizione - avevano il sacrosanto diritto anche di essere dispotici.
Il governo dei saggi, che guarda il caso si restringeva sempre al governo di chi ha tempi e mezzi per vivere nel culto del bello e dello studio, perché è ricco e non ha bisogno di lavorare facendo lavorare gli altri al posto proprio.

Nella transizione di potere dalla democrazia ai 5000 prima teorizzati da Teramene, che poi in realtà non furono mai più di 3000, per poi restringersi ulteriormente a 400 e culminare nei 30 raccolti intorno a Crizia, si inscriveva la storia di un immane massacro.
Non solo la guerra persa contro Sparta e il disfacimento dell'impero marittimo ateniese ma anche gli assassini politici, la repressione violenta degli oppositori al governo dei saggi, il popolo minuto, il popolo dei lavoratori e delle lavoratrici, dei poveri e sdentati, di quelli che non avevano studiato musica e filosofia ma una saggezza l'avevano lo stesso: la saggezza di chi testimonia la durezza del vivere coi calli sulle mani.
Nel nome del governo dei saggi e per fare in modo che i saggi, cioè i ricchi possidenti e gli oligarchi, non potessero più essere giudicati dal popolo nel tribunale democratico per le proprie malversazioni, a migliaia vennero sterminati finendo per dimezzare la popolazione della città.

Perché il governo dei saggi non è una cosa giusta?
Perché in una democrazia, fondata su condivisione e consenso, tutte le persone che pagheranno il prezzo delle scelte compiute devono essere compartecipi della determinazione dei fini della politica che la società nel proprio insieme sceglie di darsi.
Perché sono quei fini che descrivono la società nella quale, prese la decisioni, tutti si vive.
Questo non è un rifiuto aprioristico del coinvolgimento nelle istituzioni e nelle scelte di chi abbia consapevolezze approfondite, infatti è normale che per raggiungere quei fini democraticamente definiti occorra padroneggiare degli strumenti complessi e che questa padronanza non sia alla portata di chiunque, ma tecnica e scienza devono essere a disposizione e agli ordini delle finalità sulle quali tutti devono poter decidere e mai il contrario.
Se si esclude dalla determinazione dei fini chiunque non abbia la padronanza dei mezzi che cosa accadrà?
Che il potere di coloro i quali padroneggiano gli strumenti dirà che i fini giusti da perseguire sono solo ed esclusivamente quelli che vanno a vantaggio della ristretta categoria di chi maneggia gli strumenti, cioè i saggi governeranno fatalmente CONTRO la maggioranza, CONTRO il popolo.

Per aver dato paternità e legittimità politica a questa idea Socrate morì.
L'errore fu pretendere di processarlo per ateismo; sempre discutibile ma certamente più onorevole sarebbe stato assumersi la responsabilità politica di condannarlo in quanto padre spirituale e politico di Crizia e quindi costante minaccia dell’ordinamento democratico.
La motivazione sarebbe stata ampiamente sufficiente dato nei canali di scolo della città ancora scorreva, più dell'acqua, il sangue del popolo che gli oligarchi avevano fatto versare.
Questa è in ogni caso la vera motivazione retorica della famosa sentenza della cicuta che pochi ricordano.

Questa idea tecnocratica ammantata dalla scusa della saggezza non è mai morta.
Sopravvive tutt'oggi.
A Bruxelles per esempio: parliamo dei cosiddetti tecnocrati o eurocrati, non eletti da nessuno, non rappresentativi di alcun popolo, non rispondenti ad alcuna opinione pubblica, cosa di cui loro stessi si vantano.
Essi “sanno”.
Per questo decidono, al riparo dal processo elettorale democratico e dalla necessità di dover raccogliere consenso intorno ad un progetto per trasformarlo in azione di governo.
Beh, di certo non si può dire che a loro modo non siano effettivamente preparati.
Tutti quanti hanno compiuto studi avanzati in prestigiosissimi istituti internazionali.
Ma come già ad Atene, se poni i saggi a governare, i saggi si faranno i cazzi propri che fatalmente coincidono coi cazzi dei ricchi e degli oligarchi.
In effetti se aprite un qualsiasi libro di storia e leggete qualcosa di serio sulla crisi del '29, vedrete che è comunemente accettata l'interpretazione che ne diede Keynes che era coevo alla vicenda e che ha descritto in seguito Galbraight.
Tra le cause di quella grave crisi vi erano una cattiva distribuzione del reddito, troppo polarizzato, quindi diseguaglianze e sperequazioni, una cattiva gestione del sistema bancario lasciato troppo libero di organizzarsi secondo piacimento dei propri principali operatori e un errore marchiano di scienza economica, il perseguimento ossessivo del pareggio di bilancio e quindi l'assenza di intervento statale considerato un fattore penalizzante per l'economia.
I tecnocrati di oggi, dall'alto dei loro prestigiosi studi, che cosa stanno facendo se non ripetere errori già noti da 90 anni?
E perché lo fanno?
Perché non lo sanno?
Certo che no, conoscono benissimo il senso e gli effetti dei propri gesti; lo fanno perché alla classe dei saggi, cioè dei ricchi, conviene compiere quelle scelte perché fino a quando essi sono al potere ne massimizzano i guadagni e soprattutto l'autoreferenzialità nell'esercizio del potere stesso.
Essere al potere vuol dire che i costi delle scelte compiute li pagherà sempre qualcun altro.
It's class struggle baby, nothing more, nothing less.

La democrazia non conviene ai saggi, cioè ai ricchi.
La democrazia non è ancora il socialismo realizzato ma ne è la premessa essendo già essa questione di classe; costringendo saggi, ricchi e padroni, come minimo a scendere a patti sul proprio interesse poiché sono costretti a ricercare un consenso che esorbita dalle dimensioni numerica della loro ristretta classe sociale.

Questi principi, di democrazia radicale, di condivisione, di antifascismo, che sono il sale del populismo del nostro collettivo, trovano in questi giorni numerose concrete applicazioni apparentemente scomode ma che noi vogliamo assumerci la responsabilità di affermare apertamente, perché altrimenti che populisti saremmo?

a)
Il progetto di legge Fiano ci sta in culo e non lo vogliamo.
Pensiamo che qualsiasi soggetto politico decente dovrebbe avere il coraggio di dirlo.
Fare i democratici e gli antifascisti è molto facile quando hai il vento in poppa e le decisioni prese ti convengono ma il democratico vero si vede quando piove merda.
Quando tocca assumersi la responsabilità di una decisione scomoda che non ti conviene, quando la merda in faccia te la prendi tutta ma scegli di farlo perché tenere il punto sul principio è più importante.
Posto che per tutelare la Repubblica dal pericolo di una ricostituzione dei partito fascista esistono già tutte le leggi necessarie ( XII disposizione finale della Costituzione, Legge Scelba del 1952, Legge Mancino, in realtà già anche troppo ampliabile ed interpretabile ) e che non avremmo nulla in contrario ad una applicazione delle leggi esistenti per sciogliere partiti come Casapound, riteniamo inaccettabile che un ordinamento democratico si dia una legge che pretenda di portare alla sbarra degli imputati le idee, anche le più abiette, e processarle.
Se l'ordinamento penale non si limita più a ricostruire fatti e attribuire responsabilità in base ai fatti ma processa idee con gli inevitabili margini di interpretazione e quindi condanna anche aspirazioni ed intenzioni non solo fatti reali, questo in realtà è già fascismo.
Siccome crediamo che la saldezza della democrazia vada difesa senza se e senza ma, noi affermiamo che in democrazia non si adottano leggi fasciste per liquidare gli avversari politici, quand'anche questi fossero fascisti.
Meglio un fascista libero di parlare o vendere paccottiglia che il PdL fiano nel codice penale.
Con un simile provvedimento ci appare evidente il fatto che il potere costituito, di fronte alla propria crisi di legittimità e rappresentatività, non stia facendo altro che premunirsi dotandosi di strumenti penali che gli permettano la repressione di qualsiasi dissenso.
Agli antifascisti mal informati, molto simbolici e di poca sostanza, che guardano più alle forme esteriori che ai contenuti e soprattutto subiscono il ricatto morale e scomunicativo delle sinistre-paccottiglie che pensano di praticare antifascismo dotando lo stato di una legislazione fascistoide, ricordiamo che già il governo Adenauer in Germania procedette nello stesso modo nel 1951 ed il risultato non fu soltanto la messa al bando del piccolo partito – effettivamente neonazista – SRP ma soprattutto nel 1956 la messa al bando del Partito Comunista Tedesco, KPD, il quale da solo si era opposto al nazismo in forma organizzata versando uno spaventoso tributo di sangue.
Per mettere al bando il partitello dei neonazisti, il potere fu felicissimo di poter mettere al bando anche il partito dei comunisti che al nazismo si era opposto, con uno strascico di 250.000 procedimenti penali e 15.000 sentenze di condanna.
Il punto è sempre lo stesso: se si permette a uno stato di dotarsi di leggi contro l’espressione di opinioni poco importa quanto si circoscriva inizialmente il provvedimento: fatalmente si uscirà dalla democrazia finendo per assistere alla messa al bando di qualsiasi tipo di alterità politica antisistemica.
In democrazia le idee abiette si combattono e sconfiggono con metodi democratici e rispetto alla ricostituzione di un partito fascista già siamo sufficientemente protetti.

b)
Il nostro collettivo ha deciso che siccome siamo populisti, vogliamo stare dalla parte del popolo che ha riempito la piazza di Pesaro per protestare contro la legge mostro del ministro Lorenzin.
Al nostro interno abbiamo discusso e ci siamo confrontati democraticamente: abbiamo deciso che non ci importa la posizione che ciascuno di noi ha sulla questione dei vaccini, chi contrario, chi favorevole, chi dubbioso, chi quello che vuole.
Abbiamo piuttosto deciso che la questione rilevante sul piano politico è l'insopportabile paternalismo autoritario con la quale questo provvedimento è stato imposto; un paternalismo autoritario certamente fascistoide.
Anche in questo caso riteniamo che per essere decenti si debba avere il coraggio di dirlo.
Non ci interessa se qualcuno, individualmente, possa credere anche agli UFO o all'uomo falena o alle teorie del complotto.

Ciò che ci interessa affermare è un principio non negoziabile secondo la nostra idea di democrazia: le scelte pubbliche devono sempre fondarsi sulla rappresentatività di chi prende le decisioni, sulla trasparenza delle informazioni fornite all’opinione pubblica, sulla disponibilità delle istituzioni a rispondere ai dubbi e le questioni che possono sorgere, sulla condivisione dei principi.
In questo caso chi ha preso le decisioni è moralmente e politicamente del tutto delegittimato. La trasparenza delle informazioni fornite è stata a dir poco risibile e contraddittoria.
La disponibilità a discutere i contenuti semplicemente non c’è stata e la condivisione delle scelte è stata sbandierata dal governo come cedimento di fronte al complottismo, cioè una volgare reductio ad Hitlerum di una questione ben più seria di cui in realtà il governo è il primo colpevole: la gente non si fida delle scelte prese dalle istituzioni perché esse sono delegittimate dai propri stessi comportamenti. Rispondere sempre e soltanto adottando la postura del Marchese del Grillo, alla “io so’ io e voi non siete un cazzo” ovviamente non può che aumentare la sfiducia.
La rivendicazione più forte di quella piazza era affermare ai potenti che non possono trattare il popolo come una mandria di buoi con l’anello al naso; i governanti devono giustificare le proprie scelte per costruire una condivisione, non ergersi sul pulpito dei saggi e rivendicare il potere dei tecnocrati.
Tale principio è sacrosanto e noi lo adottiamo, anche a costo di generalizzarlo fino al punto di dire che è meglio sbagliare col popolo che avere ragione leccando il culo ai potenti, ai Baroni e a tutta quella manica di stronzi che si sente troppo in alto per doversi spiegare e per essere così umile e democratica da confrontarsi con la necessità di costruire un consenso.
Senza consenso, in democrazia, non si prendono neanche le decisioni giuste perché è già la mancanza di aver costruito un qualsivoglia consenso a renderle sbagliate.
A priori!
Sia infine detto – per inciso – che noi siamo populisti ma non siamo ignoranti e se la giustificazione morale e politica di dover procedere con mezzi autoritari è sventolare emergenze senza avere spiegato cosa determinerebbe l’emergenza, perché “noi siamo quelli che sappiamo” e “la scienza non è democratica” quindi “voi plebei dovete soltanto obbedire, eseguire e tacere”, la nostra ovvia conclusione è che abbiamo davanti soltanto cialtroni che sparano cazzate.
Le ragioni di una campagna sanitaria potrebbero anche esistere, ma come fai a credere a un ministro che si giustifica prima vaneggiando di tetano che si attaccherebbe da bambino a bambino ( lo sanno anche i sassi che il tetano non si trasmette così, ma quella fa il ministro ), poi di immigrati infetti a milioni che porterebbero le malattie ( non era del PD? Questa sparata sembrava degna di Forza Nuova ), che mette dirigenti della Glaxo ai vertici organizzativi della sanità pubblica, che smantella il servizio pubblico fondato su un rapporto stabile e duraturo col proprio medico di famiglia anche per rispondere ai dubbi dei cittadini, promuovere e diffondere un approccio seriamente scientifico, ma che a fronte dello scetticismo di vari medici invece di discutere pubblicamente impone una gestione paramilitarizzata dell’ordine medico?
In tale contesto non vi è nulla di complottistico nel non fidarsi, nel sospettare che i medici vengano costretti a seguire protocolli le cui procedure rispondano più a interessi politici che ad evidenze scientifiche.
Questi irresponsabili stanno minando qualsiasi possibile fiducia nelle istituzioni per poi bollare con epiteti infamanti chi non voglia fidarsi.
Su chi poi sostenga che la scienza non sarebbe democratica riteniamo non ci sia bisogno di prenderlo a schiaffi coi libri di Lakatos, Kuhn, Russell o Feyerabend sui problemi epistemologici per capire quale ne sia l’orizzonte ideologico sotteso: l’aspirazione del governo dei “saggi” perché il popolo è ignorante e bue, l’abitudine baronale di avere intorno solo leccaculi che più la spari grossa e più ti leccano, l’aspirazione alla tecnocrazia, di cui già Crizia 2500 anni fa e Bruxelles oggi.
Noi con costoro non staremo mai.
Noi siamo nel popolo, abbiamo ogni giorno i normali problemi del popolo, e stiamo col popolo: la facciamo li dentro la battaglia politica per capire quale cosa sia più giusta sostenere, partendo dal principio indiscutibile che nessuno ha diritto di trattare il popolo come una mandria di buoi con l’anello al naso.
Se si sbaglia pazienza, meglio sbagliare democraticamente che inchinarsi davanti a chi ragiona come se l’epistemologia non esistesse solo perché ammetterne l’esistenza significherebbe ammettere che il proprio pulpito non è il pulpito di Dio, il che è modo di porsi che dimostra solo sete di potere e disprezzo per la democrazia.
Il fatto che molte persone si appiattiscano su questa concezione autoritaria, o per una malintesa interpretazione di cosa sia la differenza tra autorevolezza e autoritarismo, o perché confondono tra scientia cioè padronanza di un sapere tecnico e specifico e sapientia ovvero saggezza e capacità di cogliere relazioni tra diversi problemi e inventarne di nuove, manifesta l’aspirazione a diventare tecnocrate se espressa da chi sta in alto oppure la pigrizia mentale e l’appiattimento sull’idea di dover essere guidati se espressa da chi sta in basso.
Questo è un problema fondamentale della democrazia che innerva la mentalità meschina della piccola borghesia italiana cui il fascismo diede la divisa di orbace e insieme l’illusione di essere, attraverso quella divisa, un qualche stocazzo tanto più importante delle meschinità ignobile, servile e conformista che erano e che sono sempre stati. Si tratta di un atteggiamento autoritario o inemendabilmente subalterno di chi non solo fu il trave portante del fascismo, ma ha continuato a ragionare in termini fascisti, perché continua ad aspettare sempre un qualche duce che pensi al posto suo.

c)
Per tutti questi motivi il nostro collettivo decide che riteniamo essere l’antifascismo un valore troppo importante e troppo attuale sia per non difenderlo dai fascisti, sia per lasciarlo difendere da quella “sinistra” e da tanti antifascisti da operetta, pronti ad essere anche fascistoidi nella sostanza pur di apparire antifascisti solo esteriormente.
Hanno distrutto troppe cose preziose e non gli lasceremo distruggere anche questo.
Nel nome dell’antifascismo oggi non si combatte appiattendosi dietro nuove legislazioni inutili, autoritarie e fascistoidi altrimenti il piddì e i sinistrati ti scomunicano; nel nome dell’antifascismo si combatte contrastando quella società nella quale sul posto di lavoro, come ad alcuni di noi è più volte capitato, il capetto di turno di intima di non rispondergli aggiungendo che questo paese va a rotoli perché i poracci osano rispondere ai padroni.
Hanno reintrodotto la schiavitù e fatto rialzare la cresta al fascismo creando enormi sacche di emarginazione sociale e poi fottendosene di come si viva li in mezzo.
Da questi pezzi di merda servi del capitale la lezione di antifascismo non la prendiamo, rifiutiamo tutte le loro leggi autoritarie e diciamo che l’antifascismo oggi è combattere contro i padroni, contro i baroni,  contro i tecnocrati per la giustizia sociale e tutto il resto è solo sterile folklore.
Per tutti questi motivi affermiamo che noi non vogliamo e non vorremo mai “guidare il popolo”.
Noi siamo dentro il popolo.
Solo costruire insieme a tutti gli altri le condizioni perché il popolo si incazzi per davvero ci interessa.
Chi crede di avere il ricettario di tutte le risposte giuste e preconfezionate è solo un apprendista stregone o un tecnocrate che non ce l’ha fatta.



Il Collettivo Populista UPUC

Il Marchese Fulvio Abbate ha ragione. Questa umanità orribile pensate forse di cambiarla con leggi di questo tipo?

martedì 4 luglio 2017

Se questo è razzismo

[ 4 luglio 2017 ]

Anni passati a sentirsi dire "ma allora tu rivuoi le frontiere, terrore paura e morte, il fascismo, la guerra, il razzismo" e a cercare di rispondere su un terreno razionale: no, guarda, i confini sono sempre esistiti e in una certa misura esisteranno sempre e ringrazia il cielo perché senza quelli non hai politica ma solo gli interessi delle multinazionali e delle banche, il punto è come li gestisci".

Niente.


Bisognava essere europeisti perché la retorica no border o barbarie.
Anni di scomuniche e insulti e te ne fai serenamente una ragione, finché anche tu gli insulti li commini in tempo zero perché tanto chettenefrega ormai e tempo da perdere coi minus habens non ne hai.

Poi in Italia gli europeisti si inventano il decreto Minniti Orlando, intrinsecamente razzista perchè di fronte alla legge gli immigrati hanno differente e ridotto diritto di ricorrere.
Io ho sempre detto che fatti salvi i rifugiati per i quali l'apertura deve essere incondizionata, sull'altro 80% abbondante che arriva bisogna avere la razionalità e il coraggio di ragionare per quote, a maggior ragion se il lavoro non c'è.

Ma questo, per carità, è razzismo.

Stabilire invece ope legis che di fronte alla legge non siamo tutti uguali e i nativi son figli di qualcuno mentre i non nativi son figli di puttana va benissimo e non è razzista.
E Orwell ci fa una sega...

Poi va a finire che un verde progressista europeista diventa presidente della repubblica in Austria, mentre il cancelliere è ancora un socialdemocratico, e prima delle presidenziali militarizzano il Brennero; cosa riconfermata in questi giorni a presidenziali passate.

In Francia hanno appena votato sventolando un fascismo (che non c'era) tra una destra sbirresca e sicuritaria e un'altra destra postmoderna e iperfinanziaria.
Ci han detto sostenete la seconda o guerra terrore e morte, bloccheranno le frontiere, tornerà il razzismo. Anzi, il naziputinismosovranista.

Tutto attaccato, eh.
Non memori del fatto che le frontiere a Ventimiglia erano già bloccate e militarizzate dal socialista Hollande.
Ma tant'è, godetevi Macron. 

Prima cosa ha bloccato l'acquisto dei cantieri francesi da parte di Finmec (e non si capisce perché invece quando i mangiakrauti vengono in Italia a fare shopping nessuno faccia mai altrettanto, a meno che non abbiamo un governo a libro paga), seconda cosa conferma il blocco e la militarizzazione a Ventimiglia.
Che bella la modernità progressista europeista, coi muri anti immigrati presidiati dalla gendarmerie.

Anche a sto giro i fantocci eurosognatori faranno finta di non vedere.
Ah....avesse vinto la Le Pen chissà cosa avrebbe fatto!
Una cosa molto brutta, cioè la stessa identica cosa: COGLIONI!

In Spagna altro paladino della UE confermato, Mariano Rajoy.
Anche sul suo conto gli europeisti fanno finta di non vedere che nelle enclave spagnole in Africa, l'Europa dell'open border dei loro coglioni, si "difende" come io non farei e loro invece fan finta di non vedere, a Ceuta e Melilla: filo spinato elettrificato con l'alta tensione.

Tutto questo mentre sommergiamo Erdogan, notoriamente una bella personcina, con 5-6 miliardi di euro all'anno ripartiti in quota parte su tutti i paesi UE, perchè faccia lui in Turchia il lavoro di sporco di tener chiusa con le stragi la via balcanica, cioè la porta di accesso alla mitteleuropa.

Tradotto: la Germania spende soldi altrui per regolare i flussi in casa propria, pagando un sultano per fare il lavoro sporco lontano da dove i nostri giornalisti vedono.
Poi per fare un po' di maquillageaccolgono un po' di siriani, istruiti qualificati e già abituati a vivere in uno stato laico, perché integrare quelli costa meno.
E laviamoci la coscienza allegramente mentre vendiamo armi ai sauditi!

E ora?
Gentiloni, evidentemente molto autorevole e ascoltato in Europa, sono settimane che piagnucola chiedendo "dobbiamo sapere se l'Europa sugli immigrati ha deciso di lasciarci soli".
La risposta da tutta Europa all'unisono riecheggia: italiani, ATTACCATEVI AL CAZZO.
Mentre le pin up di Juncker servono cognac per correggere il kaffèèèèèè.
Buongiornissimo, Gentiloni, svegliato bene?

TESTE DI CAZZO!

Nell'impero europeo noi siamo la porta di accesso dall'Africa ed è palese da anni che ci stanno usando come stato cuscinetto, la discarica delle contraddizioni, coi trattati di Dublino firmati mentre il leghista Maroni era ministro dell'interno calcolando di poter poi speculare elettoralmente sulle contraddizioni create.

L'avete voluta l'Europa no border?

Eccola qua.

Un impero nel quale la mobilità intraeuropea è garantita non perché siete persone ma perché siete portatori di forza lavoro, fattori produttivi, in una oscena asta al ribasso dove i valori al ribasso son le vostre vite.
E fuori umanitarissimi fili spinati. (con l'alta tensione)
Col vostro paese usato oscenamente come discarica-cuscinetto.

Dove siete ora, che l'Europa ci serviva per "tenere tutte le frontiere aperte"?
Dove siete ora che vien fuori che Europa e Trump sono la stessa cosa, cioè due imperi, che fanno quel che normalmente fa qualsiasi impero?
Dove siete ora, voi che "non si può fare a meno dell'Europa perché i diritti umani e le frontiere aperte"?

Fate schifo, sappiatelo, sepolcri imbiancati.

                                              Enea

martedì 6 giugno 2017

Società civile? Serve a sfruconarcisi il culo?

Sentiamo un mood populista dentro che adesso anche basta!



Le elezioni si avvicinano e come ogni volta da molti anni, chi dovrebbe rappresentare gli interessi e il punto di vista del lavoro e degli sfruttati, riesce nell'impresa di farci cascare i coglioni.
Ma siamo preparati, qua si vive col 'fanculo in canna senza la sicura.

Esattamente come 5 anni fa i capoccioni dei partiti di sinistra si son fatti cogliere impreparati dall'avvicinarsi della fine della legislatura, quindi dalle nuove elezioni.
Nella vita non avrebbero un cazzo d'altro da fare, ma niente, ogni 5 anni riescono a farsi cogliere di sorpresa.
Il discorso potrebbe finire qua, proseguo solo per il gusto del farsi del male...

Così, dopo un primo istante di smarrimento - che è? si vota? compagn* che cazzo c'inventiamo a 'sto giro per gettare il culo di una quarantina di burocrat* oltre la soglia di sbarrament*? - hanno cominciato ad agitarsi per mettere insieme una lista unitaria, constatando di essere in irriducibile disaccordo su tutto pur non avendo una proposta chiara a proposito di niente.
[ per capire come ci riescano ci vorrebbe la potenza logica di un Aristotele. Io non ce la faccio ].
A quel punto però, dopo qualche settimana di inconcludente agitazione, il corpo a corpo dei capoccioni dei partiti diventa imbarazzante a livello pubblico; anche perché nel senso comune dei tanti scontenti di non avere più una compagine politica che rappresenti e organizzi gli interessi del lavoro dipendente e degli sfruttati, risulta essere non del tutto infondato il sospetto che 'sta manica di stronzi stiano in fondo litigando SOLTANTO per il proprio cadreghino.
A sbloccare l'impasse, fatalmente, arrivano allora gli esterni ai partiti, gli intellettuali, i personaggi carismatici che si vorrebbero sopra le miserie dei marescialli di fureria di cui sopra.
Li definiamo "marescialli di fureria senza compagnia" perché è ora di finirla con i complimenti immeritati, come "generali senza esercito", infatti:
1) i gradi si guadagnano sul campo e altro che generali, questi da vent'anni han meritato solo di essere degradati di volta in volta,
2) non siamo più un esercito e proprio per colpa loro
3) per meglio esprimere l'eterno archetipico dell'imboscato.

5 anni fa gli autori al fatale appello alla società civile sono stati i vari Camilleri, Flores d'Arcais con "Cambiare si può".
Quest'anno ci sorbiamo invece le amenità general-generaliste senza orizzonte di lotta alcuno dentro di Montanari e della Falcone, sospinti dall'inerzia di quel che resta dei comitati per il no.
E questi che fanno?
Un appello alla cazzo di "società civile", che il demonio se la porti in gloria o anche a 'fanculo tanto è lo stesso!

E a quel punto i capoccioni dei partiti(ni) che fanno?
Rispondo all'appello della cazzo di società civile, cioè all'appello alla politica non professionale.

Cioè, diciamocelo a chiare lettere, perché forse c'è ancora qualcuno che fa finta di non aver capito: i capi della politica di professione, quelli che dovrebbero saperci fare perché per me se la fai seriamente la "politica di professione" non è insulto e non lo sarebbe per nessuno, riescono a uscire dai propri impasse solo perché ci vengono trascinati per i capelli dagli appelli alla politica dilettantesca.
Avevamo bisogno di altre dimostrazioni su che razza di dilettanti allo sbaraglio fossero?
Credo di no.

P.S.
Loro questa scenetta la ripeteranno coattivamente in sempiterno.
Ci campano senza aver bisogno di cercarsi un lavoro vero sulla ripetizione coattiva di questa tragica sit-com, perché voi gonzi ci cascate ogni anno.
Perché smettere, in fondo?
Andranno avanti fino a quando anche voi che leggete - si proprio voi - non smetterete coattivamente di votarli, sospinti dalla speranza che tra un appello alla società civile di Camilleri nel 2013 e uno della Falcone nel 2017, non gli venga l'illuminazione di fare qualcosa di utile per il popolo.
Ma al prossimo giro, per dire, la speranza è addirittura che l'illuminazione conflittual-popolare venga al quel povero cristo ictato di Bersani, che tra una metafora a cazzo e un giaguaro senza macchie, ancora mena orgoglio delle liberalizzazioni di mercato che ha fatto e al luciferino D'Alema, mai pentito campione del mondo di privatizzazioni.
Auguri.



Enea, per il Collettivo Populista U.P.U.C.

lunedì 15 maggio 2017

Brevi note a seguito dell’istituzione dei progetti Erasmus nelle scuole primarie

Prima di tutto vorrei anticipare il mio pensiero personale che ritiene l’insegnamento l’ambito proprio dell’istituto scolastico e l’educazione quello della realtà famigliare. I due soggetti sociali possono sviluppare sinergie collaborative in tali ambiti senza però sostituirsi a quello a cui ne è demandata la gestione.

Successivamente vorrei evidenziare il fatto che attualmente ci troviamo all’interno di una costruzione sociale basata sul concetto di “individualismo metodologico”. La competizione è elevata a fattore legislativo, discriminante di ciò che può essere fatto e di ciò che non è conveniente. Questo permea inevitabilmente le azioni ed il modo di pensare di ognuno di noi: nella scuola, nella professione, nei rapporti estemporanei, nella visione socio-politica. Per dirla con le parole dei sociologi: si sostituisce l’idea dell’uomo aristotelico con quello dell’uomo hobbesiano.

Da ciò discende la necessità di una più critica visione di quello che le istituzioni tendono a proporre alle parti sociali. Spesso ammantate di alti contenuti sociali e comunitari, rimangono comunque conseguenti alla visione liberale della società e per questo indissolubilmente legate a fattori disgreganti la collettività.

Il tentativo di gestione che le istituzioni scolastiche attuano nell’ambito educativo promanano da questa costruzione. Relegata ai margini dell’assetto sociale, precarizzandone le basi economico-sociali, la famiglia non è ritenuta idonea a perseguire il percorso formativo dei figli come persone, come cittadini, come elementi sociali. Viene dunque sostituita nei suoi doveri sociali con una visione più centralizzata ed organica allo status quo.

I reiterati riferimenti ad una “comunità di valori a cui gli alunni appartengono”, alla volontà di “sviluppare un senso di responsabilità comune per lo sviluppo e la crescita della comunità locale ed europea” che sovente si possono trovare nelle documentazioni progettuali istituzionali fanno capo non già alla società esistente ma ad una forma resistente e necessariamente contraria alla società stessa. Forma resistente costituita da tutte quelle realtà associazionistiche e di volontariato solidale che operano in aperto contrasto alla costruzione liberale attuale.

Non a caso l’associazionismo dei genitori si scontra sovente con l’istituzione scolastica, rea di essere troppo burocratizzata, poco collaborativa, oscura nelle sue azioni. Sono due mondi che si approcciano il più delle volte in maniera conflittuale.

Ecco dunque che le istituzioni liberali invadono proditoriamente la dialettica del tessuto collettivo, se ne impossessano in chiave individualistica e la ripropongono modificata e stravolta.

Come interpretare positivamente infatti il giusto scambio di esperienze internazionali quando i sentimenti di appartenenza alla propria comunità sono i primi ad essere demonizzati?

Come intendere in senso costruttivo l’insegnamento delle lingue straniere se non si associa ad esse un forte legame alla propria identità storico-territoriale?

L’ambito nel quale questi progetti vengono proposti è lo stesso in cui ogni genitore ritiene corretto fuggire dalla realtà scolastica che vive quotidianamente nel momento in cui si evidenziano problematiche o malfunzionamenti. La struttura sociale gliene da piena possibilità. E, particolare da non trascurare, le alternative vengono trovate molto spesso in realtà scolastiche private, accessibili solo per ceti sociali abbienti, determinando quindi una selezione all’interno della comunità stessa.

Ma nonostante queste evidenze ogni individuo, davanti alle coinvolgenti narrazioni dei progetti istituzionali si ritrova a condividerne la costruzione, travisando la favola con la realtà. Non è scorretto farne un parallelo con lo sconosciuto che offre caramelle ai bambini fuori dalle scuole dove l’innocenza di un dolce incartato nasconde secondi fini.


A mio avviso quindi è necessario rigettare qualsiasi attività proposta al di fuori del percorso didattico, già di per se menomato in molte sue caratteristiche sociali. Non prima almeno di averlo equilibrato con un progetto eguale e contrario che prenda in esame l’apprendimento del pensiero critico della persona, dei doveri civici, dell’identità territoriale.

Roberto

giovedì 4 maggio 2017

Belli i tempi...


Belli i tempi dove al posto dei Post su FB passavi il diario ai compagni di banco che te lo riempivano di scritte, adesivi, pacchetti di sigarette e preservativi incollati tra le pagine, etichette di birre scadenti scolate al sabato al concerto e disegnini scarabocchiati, dove appariva un timido TVB e l'emoticon non sapevi neanche cos'era.

Belli i tempi dove non avevi bisogno di " uots app ", ne te ne
sarebbe fregato niente se non funzionava, tanto per scendere e beccarsi ci si urlava dai balconi.

Bei tempi quelli dove in strada trovavi gli amici e non avevi bisogno dello "status online" ne delle doppie conferme in blu, sapevi che il branco aveva una tana e la potevi rifugiarti senza bisogno di annoiarti tra la condivisione di un aforisma o un meme. I nostri covi erano cantine abbandonate, sporche e disagiate ma nessuno di noi si ammalava e si cresceva forti come tori.

Bei tempi dove il bullismo era un rito di passaggio e imparavi a prenderle e a darle, dove se tornavi a casa piangendo i tuoi ti insegnavano ad essere più forte e non correvano a difenderti come se fossi un bambino. Erano gli anni delle " immense compagnie, in motorino sempre in due ", delle giostre a maggio dove prendersi a mazzate con gli zingari ma senza razzismo, non lo facevi solo contro di loro perche erano sporchi e vivevano nei campi, perchè il tuo primo "nemico" stava oltre il ponte e aveva la pelle del tuo stesso colore e una batteria come la tua.

Stavamo in mezzo alla strada dalla mattina alla sera, senza cellulari per contattarci ne telecamere per sgamarci, eppure era un mondo più brutto e sgarruppato di quanto lo sia adesso e nessuno di noi temeva il futuro, anzi il futuro era la oltre uno dei 4 ponti che divideva il quartiere dalla città di Milano.

Quella carcassa della Milano proletaria delle Fabbriche, dei Bar dove il dialetto si fonde davanti alla Gazzetta, della Milano dal Cuore in Mano che a noi ci ha sempre visto come figli di un Dio minore.

C'è uno status che vivi da sempre, che non puoi cambiare se non con la tua volontà quotidiana, è lo status di chi non è ne vinto ne vincitore, ma sopravvissuto.
Oggi più di allora abbiamo bisogno di narrazioni, di racconti, di epiche e di memorie.


Oggi ne abbiamo bisogno più di allora, quando queste avventure le vivevamo.


Aaron

mercoledì 3 maggio 2017

25 Aprile populista

Il Collettivo, nel giorno della Liberazione, è sceso in strada per gridare a tutti il messaggio populista.


Per gridarlo forte, senza fraintendimenti, senza le mezze parole diluite nel politicamente corretto.
Il messaggio è arrivato, forte e chiaro. Ed è giunto limpidamente separato dalla retorica destrorsa “dell’altro capitalismo” con cui i ragazzi dalla polo verde pensano di irretire la gente.

Nessuno dei partecipanti alla manifestazione ci ha dunque tacciato di leghismo, obbedendo a motivazioni personali di cui volutamente ignoriamo le basi: qualcuno scuoteva la testa, altri rimanevano rapiti dal messaggio, altri approvavano ma ancora in maniera troppo composta e personale, non cogliendo il messaggio nell’intimo del suo schierarsi “contro” senza mezze misure.


Separare la folla col coltello populista entrando in Piazza del Duomo è stato una gratificazione esaltante.
Guardare negli occhi gli astanti increduli ripaga (parte) del lavoro di pianificazione ed attuazione.


Noi andiamo avanti, Don Chisciotte contro i mulini a vento, Jeanne D’arc contro le istituzioni egemoni, consci di essere dalla parte del giusto.


Viva l’Italia ed il suo popolo
Roberto

mercoledì 26 aprile 2017

Le cene in famiglia

La quotidianità di un populista non è sempre facile, anzi, quasi mai.

Passa il tempo a salvaguardarsi le orecchie dagli sproloqui europeisti, dalle iperboli economiche dei liberisti, dalle nostalgie acritiche degli antifascisti, dal nazionalismo/secessionismo (sarebbe anche tempo di decidersi) dei leghisti.

Il resto del giorno lo impiega a studiare sfogliando la controinformazione che serve a stare sul pezzo ma che gonfia la bile e acuisce lo sconforto e la solitudine.

Ma questo  è nulla in confronto alla madre di tutte le battaglie: la cena in famiglia.

Si, perché, dopo che combatti giornalmente lo status quo, cercando di evitare di suicidarti o di strangolare qualcuno; quando insomma cerchi con fatica il lato positivo del tuo disadattamento sociale, vorresti rilassarti tra le tue mura domestiche, in una sorta di Fort Alamo personale.

E invece no!!

Scopri che i nemici li hai in casa. E sono i peggiori, i più radicati nel pensiero unico e parallelamente quelli a cui vuoi maggiormente bene, che vorresti “salvare” dalle nebbie dell’attualità del TG4.

Perché l’intuizione ce l’hanno pure : “Che brutto mondo, che brutta società”

E mentre tu prepari quegli argomenti che reputi basilari ad un corretto rinsavimento sociale buttando li un prologico “Si dovrebbe fare come negli anni 70” ecco che subito parte il mantra “eh, ma bisogna andare avanti, i tempi sono cambiati”.

O fesso !! Ma se mi hai detto che questa società non ti piace, cosa fai? La difendi pure?

Loro: “Come mi piace questo papa, porta sempre un messaggio di pace”

Io:“Scusa ma è favorevole all’immigrazione, all’aborto, alle unioni gay, apre all’islam, cioè a tutte quelle istanze sociali che hai sempre condannato, per te non era meglio un Ratzinger?”

Loro:“Eh, ma la chiesa si deve aprire, deve adeguarsi ai tempi, non deve essere radicale. Guarda quanta gente è andato a sentirlo a Milano, ha riempito lo stadio”

Io:“oh, beh, io non sono cattolico ma mi pare che una religione si debba distinguere sulla base di solide ideologie e non per il suo adattamento secondo convenienza, altrimenti è marketing. E poi l’evento di Milano mi è parso più idolatria che altro”

Loro:”ma cosa ne sai tu che non vai mai in chiesa, sei il solito comunista”

Comunista a me?!?!

Battaglia persa anche sul fronte economico-sociale.
Il mantra grillino della corruzione unito al dogma liberista dell’evasione fiscale brutta e cattiva è penetrata in profondità e non si eradica mica tra una grappa e l’altra. Generando buffe contraddizioni.

Che si coagulano nella condanna a chi non fa lo scontrino tipo il ristoratore sulla spiaggia ligure (che gira in mercedes) e nella comprensione del povero Marchionne che per le troppe tasse (che mai ha pagato) delocalizza la società in Olanda.

Le multinazionali, che bontà loro creano lavoro altrimenti non ci sarebbe, diventano dei miti ingigantiti dalle cifre per noi iperboliche che pagano nell’acquisizione di altre società, facendo brillare gli occhi dei parenti di estasi ed invidia.

E questa spesa pubblica, vera zavorra del nostro tempo, gonfiata dagli stipendi dei politici, dei sindacalisti e delle pensioni d’oro e anche da tutte quegli ammennicoli contrattuali che i dipendenti pubblici hanno estorto con l’inganno e la coercizione. Sono pagati troppo diciamocelo.

E quando fai notare che l’evasione arriva proprio dai vari patteggiamenti legali che le multinazionali concordano col governo riguardo alla loro spesa fiscale, che sarebbe ora di limitarne il potere, ti rispondono che tu vuoi impoverire il paese.

L’apoteosi poi giunge sull’analisi politica.

Si, perché, per chi segue il dibattito attraverso i TG ed il Sole24ore, siamo rimasti ancora a 25 anni fa, dove la netta separazione destra-sinistra teneva banco. In quest’ambito, bontà loro, non si evolve mica, non si devono “seguire i tempi”.

E saresti tentato di dargli pure ragione, solo che i termini della contrapposizione storica sono leggermente cambiati



E non è un caso che chi ha votato democristo e Berlusca per anni si ritrovi ad approvare ed a condividere le stesse visioni e gli stessi eroi di quelli che fino all'altro ieri erano quelli di “sinistra”.
Tutto un proliferare di elogi per Macron (oggi, perché fino a ieri manco sapevano chi fosse) e contro MLP, per la Clinton contro Trump, contro Assad, pro EU, Papa Francesco (come sopra detto piace molto ai liberal-sinistrati), contro la Brexit (ecco, la sterlina si sta svalutando, poveri loro), il dittatore di PyongYang, e quel mostro di Putin.

Non si nota più la separazione politica, tanto che ora piace Renzi, Gentiloni è un bravuomo e Mattarella è il migliore.

Anche in questo caso, la difesa del parentame alle oggettive sottolineature di tali incongruenze è dogmatica e prevede il fatto di accusarti di seccentismo e pedanteria.


Sulla base di queste constatazioni, non si entra neanche nel merito di un’analisi economica superficiale riguardo, non so, alla moneta.

Come si fa a discutere con chi pensa che il sottostante la moneta sia ancora l’oro?

Preferisco restringere le mura del mio Alamo all’ambito del Collettivo UPUC, lasciando comunque aperta la porta a chi è sangue del mio sangue, carne della mia carne.


Per il bene della mia progenie
Roberto