martedì 6 giugno 2017

Società civile? Serve a sfruconarcisi il culo?

Sentiamo un mood populista dentro che adesso anche basta!



Le elezioni si avvicinano e come ogni volta da molti anni, chi dovrebbe rappresentare gli interessi e il punto di vista del lavoro e degli sfruttati, riesce nell'impresa di farci cascare i coglioni.
Ma siamo preparati, qua si vive col 'fanculo in canna senza la sicura.

Esattamente come 5 anni fa i capoccioni dei partiti di sinistra si son fatti cogliere impreparati dall'avvicinarsi della fine della legislatura, quindi dalle nuove elezioni.
Nella vita non avrebbero un cazzo d'altro da fare, ma niente, ogni 5 anni riescono a farsi cogliere di sorpresa.
Il discorso potrebbe finire qua, proseguo solo per il gusto del farsi del male...

Così, dopo un primo istante di smarrimento - che è? si vota? compagn* che cazzo c'inventiamo a 'sto giro per gettare il culo di una quarantina di burocrat* oltre la soglia di sbarrament*? - hanno cominciato ad agitarsi per mettere insieme una lista unitaria, constatando di essere in irriducibile disaccordo su tutto pur non avendo una proposta chiara a proposito di niente.
[ per capire come ci riescano ci vorrebbe la potenza logica di un Aristotele. Io non ce la faccio ].
A quel punto però, dopo qualche settimana di inconcludente agitazione, il corpo a corpo dei capoccioni dei partiti diventa imbarazzante a livello pubblico; anche perché nel senso comune dei tanti scontenti di non avere più una compagine politica che rappresenti e organizzi gli interessi del lavoro dipendente e degli sfruttati, risulta essere non del tutto infondato il sospetto che 'sta manica di stronzi stiano in fondo litigando SOLTANTO per il proprio cadreghino.
A sbloccare l'impasse, fatalmente, arrivano allora gli esterni ai partiti, gli intellettuali, i personaggi carismatici che si vorrebbero sopra le miserie dei marescialli di fureria di cui sopra.
Li definiamo "marescialli di fureria senza compagnia" perché è ora di finirla con i complimenti immeritati, come "generali senza esercito", infatti:
1) i gradi si guadagnano sul campo e altro che generali, questi da vent'anni han meritato solo di essere degradati di volta in volta,
2) non siamo più un esercito e proprio per colpa loro
3) per meglio esprimere l'eterno archetipico dell'imboscato.

5 anni fa gli autori al fatale appello alla società civile sono stati i vari Camilleri, Flores d'Arcais con "Cambiare si può".
Quest'anno ci sorbiamo invece le amenità general-generaliste senza orizzonte di lotta alcuno dentro di Montanari e della Falcone, sospinti dall'inerzia di quel che resta dei comitati per il no.
E questi che fanno?
Un appello alla cazzo di "società civile", che il demonio se la porti in gloria o anche a 'fanculo tanto è lo stesso!

E a quel punto i capoccioni dei partiti(ni) che fanno?
Rispondo all'appello della cazzo di società civile, cioè all'appello alla politica non professionale.

Cioè, diciamocelo a chiare lettere, perché forse c'è ancora qualcuno che fa finta di non aver capito: i capi della politica di professione, quelli che dovrebbero saperci fare perché per me se la fai seriamente la "politica di professione" non è insulto e non lo sarebbe per nessuno, riescono a uscire dai propri impasse solo perché ci vengono trascinati per i capelli dagli appelli alla politica dilettantesca.
Avevamo bisogno di altre dimostrazioni su che razza di dilettanti allo sbaraglio fossero?
Credo di no.

P.S.
Loro questa scenetta la ripeteranno coattivamente in sempiterno.
Ci campano senza aver bisogno di cercarsi un lavoro vero sulla ripetizione coattiva di questa tragica sit-com, perché voi gonzi ci cascate ogni anno.
Perché smettere, in fondo?
Andranno avanti fino a quando anche voi che leggete - si proprio voi - non smetterete coattivamente di votarli, sospinti dalla speranza che tra un appello alla società civile di Camilleri nel 2013 e uno della Falcone nel 2017, non gli venga l'illuminazione di fare qualcosa di utile per il popolo.
Ma al prossimo giro, per dire, la speranza è addirittura che l'illuminazione conflittual-popolare venga al quel povero cristo ictato di Bersani, che tra una metafora a cazzo e un giaguaro senza macchie, ancora mena orgoglio delle liberalizzazioni di mercato che ha fatto e al luciferino D'Alema, mai pentito campione del mondo di privatizzazioni.
Auguri.



Enea, per il Collettivo Populista U.P.U.C.

lunedì 15 maggio 2017

Brevi note a seguito dell’istituzione dei progetti Erasmus nelle scuole primarie

Prima di tutto vorrei anticipare il mio pensiero personale che ritiene l’insegnamento l’ambito proprio dell’istituto scolastico e l’educazione quello della realtà famigliare. I due soggetti sociali possono sviluppare sinergie collaborative in tali ambiti senza però sostituirsi a quello a cui ne è demandata la gestione.

Successivamente vorrei evidenziare il fatto che attualmente ci troviamo all’interno di una costruzione sociale basata sul concetto di “individualismo metodologico”. La competizione è elevata a fattore legislativo, discriminante di ciò che può essere fatto e di ciò che non è conveniente. Questo permea inevitabilmente le azioni ed il modo di pensare di ognuno di noi: nella scuola, nella professione, nei rapporti estemporanei, nella visione socio-politica. Per dirla con le parole dei sociologi: si sostituisce l’idea dell’uomo aristotelico con quello dell’uomo hobbesiano.

Da ciò discende la necessità di una più critica visione di quello che le istituzioni tendono a proporre alle parti sociali. Spesso ammantate di alti contenuti sociali e comunitari, rimangono comunque conseguenti alla visione liberale della società e per questo indissolubilmente legate a fattori disgreganti la collettività.

Il tentativo di gestione che le istituzioni scolastiche attuano nell’ambito educativo promanano da questa costruzione. Relegata ai margini dell’assetto sociale, precarizzandone le basi economico-sociali, la famiglia non è ritenuta idonea a perseguire il percorso formativo dei figli come persone, come cittadini, come elementi sociali. Viene dunque sostituita nei suoi doveri sociali con una visione più centralizzata ed organica allo status quo.

I reiterati riferimenti ad una “comunità di valori a cui gli alunni appartengono”, alla volontà di “sviluppare un senso di responsabilità comune per lo sviluppo e la crescita della comunità locale ed europea” che sovente si possono trovare nelle documentazioni progettuali istituzionali fanno capo non già alla società esistente ma ad una forma resistente e necessariamente contraria alla società stessa. Forma resistente costituita da tutte quelle realtà associazionistiche e di volontariato solidale che operano in aperto contrasto alla costruzione liberale attuale.

Non a caso l’associazionismo dei genitori si scontra sovente con l’istituzione scolastica, rea di essere troppo burocratizzata, poco collaborativa, oscura nelle sue azioni. Sono due mondi che si approcciano il più delle volte in maniera conflittuale.

Ecco dunque che le istituzioni liberali invadono proditoriamente la dialettica del tessuto collettivo, se ne impossessano in chiave individualistica e la ripropongono modificata e stravolta.

Come interpretare positivamente infatti il giusto scambio di esperienze internazionali quando i sentimenti di appartenenza alla propria comunità sono i primi ad essere demonizzati?

Come intendere in senso costruttivo l’insegnamento delle lingue straniere se non si associa ad esse un forte legame alla propria identità storico-territoriale?

L’ambito nel quale questi progetti vengono proposti è lo stesso in cui ogni genitore ritiene corretto fuggire dalla realtà scolastica che vive quotidianamente nel momento in cui si evidenziano problematiche o malfunzionamenti. La struttura sociale gliene da piena possibilità. E, particolare da non trascurare, le alternative vengono trovate molto spesso in realtà scolastiche private, accessibili solo per ceti sociali abbienti, determinando quindi una selezione all’interno della comunità stessa.

Ma nonostante queste evidenze ogni individuo, davanti alle coinvolgenti narrazioni dei progetti istituzionali si ritrova a condividerne la costruzione, travisando la favola con la realtà. Non è scorretto farne un parallelo con lo sconosciuto che offre caramelle ai bambini fuori dalle scuole dove l’innocenza di un dolce incartato nasconde secondi fini.


A mio avviso quindi è necessario rigettare qualsiasi attività proposta al di fuori del percorso didattico, già di per se menomato in molte sue caratteristiche sociali. Non prima almeno di averlo equilibrato con un progetto eguale e contrario che prenda in esame l’apprendimento del pensiero critico della persona, dei doveri civici, dell’identità territoriale.

Roberto

giovedì 4 maggio 2017

Belli i tempi...


Belli i tempi dove al posto dei Post su FB passavi il diario ai compagni di banco che te lo riempivano di scritte, adesivi, pacchetti di sigarette e preservativi incollati tra le pagine, etichette di birre scadenti scolate al sabato al concerto e disegnini scarabocchiati, dove appariva un timido TVB e l'emoticon non sapevi neanche cos'era.

Belli i tempi dove non avevi bisogno di " uots app ", ne te ne
sarebbe fregato niente se non funzionava, tanto per scendere e beccarsi ci si urlava dai balconi.

Bei tempi quelli dove in strada trovavi gli amici e non avevi bisogno dello "status online" ne delle doppie conferme in blu, sapevi che il branco aveva una tana e la potevi rifugiarti senza bisogno di annoiarti tra la condivisione di un aforisma o un meme. I nostri covi erano cantine abbandonate, sporche e disagiate ma nessuno di noi si ammalava e si cresceva forti come tori.

Bei tempi dove il bullismo era un rito di passaggio e imparavi a prenderle e a darle, dove se tornavi a casa piangendo i tuoi ti insegnavano ad essere più forte e non correvano a difenderti come se fossi un bambino. Erano gli anni delle " immense compagnie, in motorino sempre in due ", delle giostre a maggio dove prendersi a mazzate con gli zingari ma senza razzismo, non lo facevi solo contro di loro perche erano sporchi e vivevano nei campi, perchè il tuo primo "nemico" stava oltre il ponte e aveva la pelle del tuo stesso colore e una batteria come la tua.

Stavamo in mezzo alla strada dalla mattina alla sera, senza cellulari per contattarci ne telecamere per sgamarci, eppure era un mondo più brutto e sgarruppato di quanto lo sia adesso e nessuno di noi temeva il futuro, anzi il futuro era la oltre uno dei 4 ponti che divideva il quartiere dalla città di Milano.

Quella carcassa della Milano proletaria delle Fabbriche, dei Bar dove il dialetto si fonde davanti alla Gazzetta, della Milano dal Cuore in Mano che a noi ci ha sempre visto come figli di un Dio minore.

C'è uno status che vivi da sempre, che non puoi cambiare se non con la tua volontà quotidiana, è lo status di chi non è ne vinto ne vincitore, ma sopravvissuto.
Oggi più di allora abbiamo bisogno di narrazioni, di racconti, di epiche e di memorie.


Oggi ne abbiamo bisogno più di allora, quando queste avventure le vivevamo.


Aaron

mercoledì 3 maggio 2017

25 Aprile populista

Il Collettivo, nel giorno della Liberazione, è sceso in strada per gridare a tutti il messaggio populista.


Per gridarlo forte, senza fraintendimenti, senza le mezze parole diluite nel politicamente corretto.
Il messaggio è arrivato, forte e chiaro. Ed è giunto limpidamente separato dalla retorica destrorsa “dell’altro capitalismo” con cui i ragazzi dalla polo verde pensano di irretire la gente.

Nessuno dei partecipanti alla manifestazione ci ha dunque tacciato di leghismo, obbedendo a motivazioni personali di cui volutamente ignoriamo le basi: qualcuno scuoteva la testa, altri rimanevano rapiti dal messaggio, altri approvavano ma ancora in maniera troppo composta e personale, non cogliendo il messaggio nell’intimo del suo schierarsi “contro” senza mezze misure.


Separare la folla col coltello populista entrando in Piazza del Duomo è stato una gratificazione esaltante.
Guardare negli occhi gli astanti increduli ripaga (parte) del lavoro di pianificazione ed attuazione.


Noi andiamo avanti, Don Chisciotte contro i mulini a vento, Jeanne D’arc contro le istituzioni egemoni, consci di essere dalla parte del giusto.


Viva l’Italia ed il suo popolo
Roberto

mercoledì 26 aprile 2017

Le cene in famiglia

La quotidianità di un populista non è sempre facile, anzi, quasi mai.

Passa il tempo a salvaguardarsi le orecchie dagli sproloqui europeisti, dalle iperboli economiche dei liberisti, dalle nostalgie acritiche degli antifascisti, dal nazionalismo/secessionismo (sarebbe anche tempo di decidersi) dei leghisti.

Il resto del giorno lo impiega a studiare sfogliando la controinformazione che serve a stare sul pezzo ma che gonfia la bile e acuisce lo sconforto e la solitudine.

Ma questo  è nulla in confronto alla madre di tutte le battaglie: la cena in famiglia.

Si, perché, dopo che combatti giornalmente lo status quo, cercando di evitare di suicidarti o di strangolare qualcuno; quando insomma cerchi con fatica il lato positivo del tuo disadattamento sociale, vorresti rilassarti tra le tue mura domestiche, in una sorta di Fort Alamo personale.

E invece no!!

Scopri che i nemici li hai in casa. E sono i peggiori, i più radicati nel pensiero unico e parallelamente quelli a cui vuoi maggiormente bene, che vorresti “salvare” dalle nebbie dell’attualità del TG4.

Perché l’intuizione ce l’hanno pure : “Che brutto mondo, che brutta società”

E mentre tu prepari quegli argomenti che reputi basilari ad un corretto rinsavimento sociale buttando li un prologico “Si dovrebbe fare come negli anni 70” ecco che subito parte il mantra “eh, ma bisogna andare avanti, i tempi sono cambiati”.

O fesso !! Ma se mi hai detto che questa società non ti piace, cosa fai? La difendi pure?

Loro: “Come mi piace questo papa, porta sempre un messaggio di pace”

Io:“Scusa ma è favorevole all’immigrazione, all’aborto, alle unioni gay, apre all’islam, cioè a tutte quelle istanze sociali che hai sempre condannato, per te non era meglio un Ratzinger?”

Loro:“Eh, ma la chiesa si deve aprire, deve adeguarsi ai tempi, non deve essere radicale. Guarda quanta gente è andato a sentirlo a Milano, ha riempito lo stadio”

Io:“oh, beh, io non sono cattolico ma mi pare che una religione si debba distinguere sulla base di solide ideologie e non per il suo adattamento secondo convenienza, altrimenti è marketing. E poi l’evento di Milano mi è parso più idolatria che altro”

Loro:”ma cosa ne sai tu che non vai mai in chiesa, sei il solito comunista”

Comunista a me?!?!

Battaglia persa anche sul fronte economico-sociale.
Il mantra grillino della corruzione unito al dogma liberista dell’evasione fiscale brutta e cattiva è penetrata in profondità e non si eradica mica tra una grappa e l’altra. Generando buffe contraddizioni.

Che si coagulano nella condanna a chi non fa lo scontrino tipo il ristoratore sulla spiaggia ligure (che gira in mercedes) e nella comprensione del povero Marchionne che per le troppe tasse (che mai ha pagato) delocalizza la società in Olanda.

Le multinazionali, che bontà loro creano lavoro altrimenti non ci sarebbe, diventano dei miti ingigantiti dalle cifre per noi iperboliche che pagano nell’acquisizione di altre società, facendo brillare gli occhi dei parenti di estasi ed invidia.

E questa spesa pubblica, vera zavorra del nostro tempo, gonfiata dagli stipendi dei politici, dei sindacalisti e delle pensioni d’oro e anche da tutte quegli ammennicoli contrattuali che i dipendenti pubblici hanno estorto con l’inganno e la coercizione. Sono pagati troppo diciamocelo.

E quando fai notare che l’evasione arriva proprio dai vari patteggiamenti legali che le multinazionali concordano col governo riguardo alla loro spesa fiscale, che sarebbe ora di limitarne il potere, ti rispondono che tu vuoi impoverire il paese.

L’apoteosi poi giunge sull’analisi politica.

Si, perché, per chi segue il dibattito attraverso i TG ed il Sole24ore, siamo rimasti ancora a 25 anni fa, dove la netta separazione destra-sinistra teneva banco. In quest’ambito, bontà loro, non si evolve mica, non si devono “seguire i tempi”.

E saresti tentato di dargli pure ragione, solo che i termini della contrapposizione storica sono leggermente cambiati



E non è un caso che chi ha votato democristo e Berlusca per anni si ritrovi ad approvare ed a condividere le stesse visioni e gli stessi eroi di quelli che fino all'altro ieri erano quelli di “sinistra”.
Tutto un proliferare di elogi per Macron (oggi, perché fino a ieri manco sapevano chi fosse) e contro MLP, per la Clinton contro Trump, contro Assad, pro EU, Papa Francesco (come sopra detto piace molto ai liberal-sinistrati), contro la Brexit (ecco, la sterlina si sta svalutando, poveri loro), il dittatore di PyongYang, e quel mostro di Putin.

Non si nota più la separazione politica, tanto che ora piace Renzi, Gentiloni è un bravuomo e Mattarella è il migliore.

Anche in questo caso, la difesa del parentame alle oggettive sottolineature di tali incongruenze è dogmatica e prevede il fatto di accusarti di seccentismo e pedanteria.


Sulla base di queste constatazioni, non si entra neanche nel merito di un’analisi economica superficiale riguardo, non so, alla moneta.

Come si fa a discutere con chi pensa che il sottostante la moneta sia ancora l’oro?

Preferisco restringere le mura del mio Alamo all’ambito del Collettivo UPUC, lasciando comunque aperta la porta a chi è sangue del mio sangue, carne della mia carne.


Per il bene della mia progenie
Roberto

venerdì 7 aprile 2017

Non preghi adesso, soldato blu?

<Non preghi adesso, soldato blu?
Di' una poesia, di' qualche bella frase>

Nel cinema statunitense, che ha prodotto anche opere meravigliose e in qualche caso addirittura autocritiche, ma che per lo più ha diffuso l'ideologia e l'immaginario della potenza dominante e trainante nel mondo al di fuori dei propri confini, concorrendo a legittimarne politicamente e culturalmente il ruolo, un genere in particolare è stato importante in questa produzione a cavallo tra immaginario e ideologia.
Il genere western.

Per lunghi decenni il genere western ha prodotto, riprodotto, diffuso e santificato mitologia.
Il mito della frontiera come costruzione politica, culturale e sociale degli USA.
La storia del popolo intraprendente che forgia il proprio destino contro ogni avversità, che porta la civilizzazione ( vista sempre e solo dal proprio unilaterale punto di vista ) tra le tenebre, nella terra dei barbari e della barbarie.
Un mito che concorre a veicolarne un altro, quello fondato sull'individualismo metodologico: il mito capitalista del madeself man.
Parlo del mito dell'uomo che si fa da solo che, nel primo genere western, trova un afflato epico e mitologico nell'estendersi come idea di intero popolo che si fa da solo.
La violenza viene assolta e beatificata insieme, perché contro i barbari quello puoi fare: sterminarli.
E "solo dalle mie fredde mani morte strapperai il mio fucile".
Mitologia tragicamente guerrafondaia in realtà mai archiviata e veicolata attraverso un messaggio devastante, quello dei primi western.
Quelli di e alla John Wayne per intenderci, quel messaggio intriso di un manicheismo assolutamente yankee per cui il buono si distingue dal cattivo in quanto uccide tutti i cattivi.

Vi fu una sterzata in questo tipo di racconto teso a legittimare una certa idea del ruolo degli Stati Uniti nel mondo con l'inizio degli anni '70; credo non casualmente in concomitanza con le grandi proteste degli studenti contro la guerra in Vietnam.
Una diversa idea di western e quindi di mito della frontiere e nascita della nazione andava innestandosi anche sulla consapevolezza che, pur sembrando incredibile al mondo intero, quella guerra gli USA stavano sempre più chiaramente andando a perderla.

Forse allora non sono tutti mostri e tutti barbari gli "altri da noi stessi", altrimenti non si capirebbe come quelli sgorbietti gialli che mangiano riso, che non hanno neanche le scarpe e vivono dalle parti del Mekong, abbiano potuto sconfiggerci.
Quando i nemici vincono tocca umanizzarli altrimenti svaluti te stesso, se hai perso contro di loro.
Come farlo senza scendere direttamente nel merito di una attualità troppo scottante?
Un buon metodo può essere rivalutare la figura del cattivo rispetto a tanti eventi del passato.

Così a partire dal 1970 il western esce dai suoi canoni stereotipati e si comincia a mostrare che gli indiani erano buoni, erano umani.
Nel 1970 Soldato Blu, che parla della strage di cui i bianchi sono colpevoli, il massacro di Sand Creek, mostrando le peggiori efferatezza sulle quali si costruì il mito della frontiere.
Una frontiera intrisa di sangue; una frontiera che non era solo illegittimo furto di terra ma spesso manifestazione di autentico sadismo genocida.
Nello stesso anno destò meno scandalo, ma artisticamente era migliore, Il piccolo grande uomo; film che mostra come gli indiani siano stati corrotti oltre che assassinati dall'uomo bianco.
I nativi vengono dipinti come portatori di una innocenza e di una umanità eticamente e moralmente di gran lunga superiore.
Due anni dopo Corvo Rosso non avrai il mio scalpo, nel quale gli indiani sono ancora cattivi ma non privi di un proprio profondo senso dell'onore, suggerendo così che tante volte la giustizia è più che altro una questione di punti di vista.
20 anni dopo questo filone degli indiani buoni e dei bianchi cattivi era a tal punto diventato un luogo comune che si son sentiti in dovere di sommergere Balla coi lupi di Oscar, pur non essendo l'episodio migliore del nuovo filone.

Ma la realtà è che sotto sotto, la mistica del fucile che strapperai soltanto dalle fredde mani morte, l'idea che il buono si distingue e si riconosce perché uccide tutti i cattivi, era rimasta tale e quale.
Il ribaltamento dello stereotipo era esclusivamente esteriorità. Un grande e ipocrita lavacro di coscienze, al di la delle intenzioni magari anche buone e sincere di vari autori.

Lo vediamo ancor oggi.

Ci hanno dipinto Trump come un mostro per oltre un anno, perché non è politicamente corretto, perché è volgare e perché pur essendo sicuramente un pezzo di establishment ha messo in discussione alcuni elementi del Grande Racconto della Meravigliosa Globalizzazione Progressista ( per prendere i voti della classe lavoratrice che ne era stata massacrate, col placet di Obama e di Hillary Clinton ).
Schifoso finchè volete ma almeno in parte fuori dal canone di come dovesse funzionare il mondo, così come ce l'hanno raccontato a reti unificate nel corso degli ultimi 30 anni almeno.
Omofobo!
Razzista!
Protezionista!
Populista!

Ne han dette di ogni.
Per altro non senza motivo perché effettivamente è chiaro che considera le donne oggetti, che la sua idea di come gestire ispanici, neri e minoranze varie, fa schifo.
Ma dimenticandosi sistematicamente di ricordare che Obama, il ragazzo immagine di Goldman Sachs politicamente corretto in quanto abbronzato, durante il proprio mandato aveva bombardato 7 paesi con la guida e la collaborazione della sua autentica anima nera, Hillary Clinton, madre della destabilizzazione in Libia e del golpe dei nazisti guidati da Poroschenko in Ucraina.

Poi una mattina Trump si sveglia e siccome un po' di persone, tra le quali dei bambini, sono morte in Siria in un modo atroce 48 ore prima ( omettendo di ricordare i 350.000 morti nei 6 anni precedenti e i quasi 4 milioni di sfollati e profughi ), lui si scopre di colpo paladino dei diritti umani.
Senza per altro che vi siano prove chiare e univoche della responsabilità del governo siriano e come se in ogni caso questo facesse la differenza, se anche la responsabilità vi fosse, per un essere umano che si sia elevato dalla logica della legge del taglione risalente al codice di Hammurabi...

Del resto quale modo migliore che scoprirsi paladino dei diritti umani che comandare il lancio di una sventagliata di missili per uccidere degli essere umani?
Ma quelli sono cattivi.
E, dicevamo, il buono si riconosce in quanto buono perché uccide tutti i cattivi.


A questo punto Trump di colpo ritorna nel mondo dei buoni.

Finché diceva che le donne devi prenderle per la fica e che se hai soldi hai fica finché ne vuoi: mostro!
Quando cominci a bombardare...applausi dei governi occidentali, di Gentiloni, e di tutti i pacifinti diritto umanisti.

Che schifo di mondo.
Che schifo di ipocrisia, secondo la quale bisogna passare ai crimini concreti per poter entrare a pieno diritto nel novero dei buoni.


P.S.
Il mito degli indiani che in realtà erano i buoni della storia è stato per tanti anni, anche prima che il cinema statunitense cercasse di lavare la coscienza del proprio popolo, uno dei simboli della controparte agli Stati Uniti.
Un'idea su cui facevo leva quelli che criticavano ed erano contrari al fatto di essere ascari del guerrafondaio impero a stelle e strisce.
Gli indiani combatterono per la propria libertà e la propria terra fin dai tempi della rivoluzione americana contro i coloni che li massacravano.
Cominciarono le sei Tribù Irochesi che vivevano tra la foce del fiume San Lorenzo e la regione dei grandi laghi, lungo il fiume Mohawk.
Si diedero nome di Nazione Mohawk.
Hanno combattuto per la propria terra, la propria libertà, la propria autodeterminazione, quindi per la sovranità della propria nazione.
Una sovranità in pace: né oppressi né oppressori, liberi sulla propria terra.
I paladini dei diritti umani che oggi vogliono più bombardamenti nel nome dei diritti umani ci hanno forse ripensato che quella fosse la causa giusta, perché gli indiani erano maledetti "sovranisti"?
Chiedo perchè sono frastornato.
Più guerra nel nome della pace e il fatto che sia giusto pretendere di comandare nell'altrui paese, è una teoria che non mi ha mai convinto troppo.


Enea



giovedì 6 aprile 2017

50 SFUMATURE DI ROSABRUNO

Volano Bioporco ogni volta che vedo i rosabruni (non si usa più Dio ma BIO, da quando un sabato mattina, dopo una settimana di fatica e nella speranza di sentire qualcosa di buono sull'attuazione della Costituzione, in presenza di disoccupati, lavoratori precoci e precari, qualcuno ti dice: "il BIO ora è ovunque". Quindi ora sorge un dubbio atroce, ma il BIO esiste oppure no?... Di certo è PORCO!), quindi passiamo all'analisi di questo nuovo colore.

Rosa è sicuramente il colore dei petalosi, dall'anima candida (da non confondere con quel microrganismo fastidiosissimo che crea candidosi, ma quasi ci siamo). A loro piace mettere lo smalto rosa delicato (tra l'altro a mio parere molto bello), un'etichetta da mostrare per far vedere quanto siano persone ben educate. Così le vedi su Facebook con la loro dimostrazione di cosa è giusto e sbagliato e di quanto siano loro di buon esempio per tutti. La bontà d'animo a tutti i costi, che sprizza ovunque, sembra quasi creata apposta per non reagire allo sfruttamento. In effetti la bontà d'animo è una buona qualità ma resta da chiedersi: puoi essere buono e comprensivo con i tuoi carnefici? BIOPORCO NO! Quindi, se per caso tu sei un populista un pezzo, un culo e riconosci il carnefice, tanto più in presenza di vittime, devi assolutamente dire quello che pensi, fregandotene dello sguardo dall'alto in basso dei magnifici petalosi che giudicano il tuo comportamento aggressivo.
La libertà di espressione e la legittima difesa sono assolutamente importanti.

Passiamo al profumo di rosa (da evitare). Parlo degli ottusi profumosi che “CI FANNO” violenza psicologica. Sono quelli che: "Ah, ma cosa dici? Non è vero", anche di fronte ad ovvietà che tu conosci dal 1984 ma che fai fatica a spiegare perché non sei laureato in economia. Sono quelli che ti dicono: “Tu che ne sai, non hai neanche il titolo di studio… sei sicuro di quello che dici?” quando questi poveracci per primi devono studiare per verificare quello che gli stai dicendo. Quindi è più facile per loro dire “più pelo per tutti” o, meglio ancora, “più Europa per tutti”. In alternativa ti ripetono a vanvera “Cambiamo la UE dall'interno”, non considerando assolutamente che per come è strutturata non è riformabile e non è democratica, lasciando così in balia delle difficoltà tutte le persone più deboli (NOI, BIOPORCO!).
Tanto che gliene frega ai PROFUMOSI, loro hanno ancora il CULO parato.

Proseguiamo con il rosa intenso o meglio gli schizofrenici. Alla parola IMMIGRATO li vedi subito sull'attenti. Con loro è difficile dialogare ma vorrei chiedergli come faranno a risolvere il problema dei molti immigrati che arrivano e che, poveracci, sono costretti a lavorare a 3,5 euro/ora e che se parlano o si lamentano, vengono lasciati a casa… e poi, delle guerre e delle destabilizzazioni dei loro paesi vogliamo parlarne? Il tutto in una situazione di miseria collettiva italiana, in cui le difficoltà per il lavoro ci sono per tutti. Si conta (al ribasso) il 12 % circa di disoccupazione generale ed il 40 % circa di disoccupazione giovanile e gli italiani che emigrano sono più degli immigrati che arrivano. Un contesto veramente desolante in cui non ci sono più nè dignità nè reddito e le forze politiche sono inesistenti ed incapaci di affrontare il problema del lavoro di tutti.
Eppure per molti SCHIZOFRENICI questi temi sono tabù e magari c'è anche chi dice “Nel mio paese nessuno è straniero”. Resta da chiedersi perché allora li si tratta come se lo fossero, sfruttandoli ed abbassando la qualità del lavoro di tutti. Quando si parla di immigrazione, NON dovrebbe esistere SOLO il tema dell'accoglienza ma si dovrebbero considerare anche altre situazioni per EVITARE le GUERRE: TRA POVERI e NEGLI ALTRI PAESI. Quindi agli Schizofrenici, il film “QUEI BRAVI RAGAZZI”, gli fa un baffo, perché loro si sentono veramente BRAVI.

Veniamo ora agli invisibili. Parliamo di tutte le persone che continuano a portare avanti la propria vita: chi li tocca a loro! Fanno tutto come se non stesse succedendo niente e se per caso TU CON LE PEZZE AL CULO provi a portare avanti una lotta comune, sei visto anche male, perché vai contro il progresso (regresso) che “non va fermato”. Il progresso con i nostri problemi, per loro, non va fermato (BIOPORCO!). Quindi questi rosabruni invisibili che non tengono conto di questo, e che non sanno né di carne e né di pesce, lasceranno ai loro magici figli (SUPER ACCULTURATI ma privi di senso comune) il SUPER sfruttamento sul lavoro. (MA MAGARI LORO SARANNO PARACULATI...)

I PEGGIORI della storia rosabruna sono invece quelli del rosa davanti e dietro la MERDA UMANA (color marroncino). Questi sono quelli che sanno e continuano a mentire e a non rappresentarci.
Si va dai nostri politici agli intellettuali che hanno studiato per la loro gloria e non per il progresso dell’intera società. Ma dico io, COSA vi abbiamo mandato a fare a studiare?
State lasciando tutti in balìa della povertà e senza difesa. Ma tanto per VOI, noi siamo soltanto populisti e voi di sinistra (di certo siete BIOSINITRATI).

Detto ciò, io ho smesso di perdere tempo a rincorrere TUTTI i rosabruni d’Italia. Magari conoscono egregiamente l’inglese, sono perfetti in TUTTO, sono superorganizzati, però, fanno fatica a comprendere il significato della parola verità (e non solo).

In tutte le lingue “PIIGS”, a mai più: adeus, goodbye, CIAONE, αντίο e adiós

(Grazie a Enea per aver coniato il termine rosabruno e a Antonietta per l’idea del titolo di questo scritto)

Federica